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Marchemetal

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The DUEL 02: Reign in Blood VS Rust in Peace
« on: February 14, 2014, 05:45:07 pm »
The Duel
Reign in Blood  VS  Rust in Peace


Avete passato bene le feste ?
Vi siete ingozzati come fameliche orde di zombi  su tavolate imbandite con cappelletti, panettoni e torroni  ?
Che ne dite adesso di smaltire un po’ facendo headbanging insieme mentre assistiamo al secondo incontro che abbiamo organizzato per voi ?
Allora indossate i vostri jeans elasticizzati (se il girovita ve lo permette) rispolverate la bullet belt di ordinanza e fate sfoggio del vostro smanicato denim ricoperto  di toppe : Thrashers questa è la vostra serata !
I due atleti sono già sul ring pronti a darsele di santa ragione…



All’ angolo destro troviamo un agghiacciante dipinto che sembra uscito dalla mente di Pablo Picasso sotto acido. Tre loschi figuri  portano in spalla un trono sul quale siede Satana (o un suo ministro) che si erige trionfante in una pozza di sangue dalla quale spuntano migliaia di teste.                                               

All’ angolo opposto l’ ossuto Vic Rattlehead circondato dagli uomini più potenti del mondo maneggia uno strano minerale davanti ad un cadavere che sembra provenire da molto molto lontano.

1.   Slayer - Reign in Blood
2.   Angel of Death – 4:51
3.   Piece by Piece – 2:02
4.   Necrophobic – 1:40
5.   Altar of Sacrifice – 2:50
6.   Jesus Saves – 2:54
7.   Criminally Insane – 2:23
8.   Reborn – 2:11
9.   Epidemic – 2:23
10. Postmortem – 3:27
11. Raining Blood – 4:17
1.   ''Holy Wars… The Punishment Due'' – 6:38
2.    ''Hangar 18'' – 5:16
3.    ''Take No Prisoners'' – 3:30
4.    ''Five Magics'' – 5:44
5.    ''Poison Was the Cure'' – 2:59
6.    ''Lucretia'' – 4:00
7.    ''Tornado of Souls'' – 5:24
8.    ''Dawn Patrol'' – 1:52
9.    ''Rust in Peace… Polaris'' – 5:37


REIGN IN BLOOD  vs.  RUST IN PEACE : due dischi fondamentali, due capisaldi del  Metal di 2 band seminali e, allo stesso tempo, due modi diversi di concepire il thrash.



                                                                       
Reign in Blood nasce a metà degli anni 80 quando il metal in America è un fenomeno di massa. È un proliferarsi di band in continuazione e la proposta si fa sempre più varia.  Se fino a poco tempo fa era possibile catalogare indistintamente tutte le band del genere con l’ appellativo “metal” ora non lo è più.
Nonostante un manipolo di puristi che insiste nel rivisitare l’ originale sound europeo arricchendolo spesso con tematiche fantasy o epiche le band che vogliono tentare di accaparrarsi un posto al sole hanno 2 strade : la prima consiste nel buttar giù la pancetta, comprarsi lacca e vestiti colorati e ammorbidire il proprio sound.  La seconda nell’ estremizzare quei tratti che hanno reso così antipatico il metal ai ben pensanti alzando il volume, aumentando la velocità e in generale l’ aggressività sia a livello lirico che sonoro . I due generi saranno definiti “glam metal” (o con una vena leggermente polemica “hair metal”) e “thrash metal”.                                                         

Gli Slayer sono stati fin da subito fra i gruppi più influenti della scena di Los Angeles grazie anche ad una presenza sul palco di rilievo : look molto curato e teatrale e frontman dotato di grande carisma.
Se nel primo album Show No Mercy erano forti i richiami alla NWOBHM  e i Judas Priest già nel secondo Hell Awaits posso essere rintracciati tutti i tratti salienti di quel “nuovo metal” che stava spopolando fra i teen ager più repressi e frustrati di tutto il mondo.

Correva l’ anno di grazia 1986 quando il terzogenito REIGN IN BLOOD vide la luce. Certo faceva un po’ strano vedere questo paffuto pargoletto urlante in mezzo a tanti poppanti con pantaloni larghi, catenoni d’oro circondati da ghettoblaster vomitanti monotone litanie stracolme di bassi.
Gli Slayer infatti avevano sorpreso un po’ tutti andando a generare il nuovo pargoletto nella “clinica” Def Jam recording ( etichetta fondata da Rick Rubin) che fino ad allora si era occupata solo di produzioni Rap e Hip Hop ; struttura ben più rinnomata della piccola, ma leggendaria, Metal Blade records che aveva visto nascere i due precedenti Lp.

Non ci possiamo assolutamente lamentare però dato che Rubin permetterà ai giovani musicisti di esprimersi al meglio con un sound molto buono compatto e per la prima volta secco e tagliente. Quel reverberone che pur coprendo diverse magagne dei precedenti lavori aveva reso il suono troppo caciarone  (difetto che viene fuori in particolare sui passaggi più veloci di Hell Awaits) è svanito del tutto. Anche borchie, eyeliner e parecchi di quei “fronzoli”  che erano soliti portarsi dal vivo nei primi anni e che già erano stati ridotti nelle date di supporto al secondo disco svaniranno con Reign in Blood.

Niente paura comunque, la band che ha fatto della provocazione una delle proprie armi vincenti troverà,come vedremo in seguito,  un altro escamotage per far parlare i bacchettoni anche senza ricorrere a spunzoni e cuoio nero…                                                                                               Rust in Peace nasce in un contesto molto diverso. Siamo nel 1990 e di acqua sotto i ponti in casa Megadeth ne è già passata. 3 dischi alle spalle (di cui 2 sotto major) e fan-base consolidatissimo. Il Thrash aveva superato la sua prima fase da un pezzo ed era giunto per lui il momento di diventare “grande”.
Era giusto che alcuni dei suoi vecchi “giocattoli” come l’ ultravelocità o la blasfemia ad oltranza  passassero al suo fratellino minore che stava crescendo bene a cavallo fra l’assolata Florida  e la fredda Scandinavia : il giovane Death Metal.                                               

Non proprio una one man band i Megadeth  ma poco ci manca. Solo un temperamento mite come quello di David Elefson ha saputo sopperire al caratteraccio del Leader Maximo  Dave Mustaine per tutta la sua carriera ( a parte un periodo di circa 5 anni nel decennio scorso in cui fra cause legali, diritti d’autore non pagati e non meglio specificate tendiniti causate dall’ aver dormito in una posizione scomoda i due si erano separati).

Questo via vai di musicisti non ha di certo giovato alla band ma francamente non abbiamo motivi nemmeno per rimpiangere troppo i vecchi componenti pre-Rust in Peace. E’ un bene che la “ripulita” del buon Dave da abusi vari sia avvenuta proprio in concomitanza dell’ arrivo di Nick Menza e ,soprattutto, Marty Friedman.

Gli umori meno imprevedibili di Mustaine hanno dato più stabilità alla band e quella che da tutti è ricordata come la line up classica avrà la possibilità di esprimersi per diversi album prima di venire stravolta nuovamente dal proprio comandante.


Ma ecco che finalmente si abbassano le luci e, per diritto di anzianità, lasciamo che sia Reign in Blood a cominciare  : il riff leggendario di Angel of Death riecheggia nell’ arena seguito dall’ immancabile e ancor più leggendario urlo del buon vecchio Tom.

Sguaiato acutissimo e rabbioso questo vocalizzo sta al Thrash metal come gli acuti di Ian Gillan su Child in Time stanno all’ hard rock inglese dei 70’s.  Interpretazione vocale assoluta, assoli  “chirurgici” e cambi di tempo hanno reso questa song un classico del metal. L’ eredità lasciata da questo brano nella storia degli Slayer è pesantissima anche da un punto di vista extramusicale.

Le accuse e le polemiche scaturite dal delicato argomento trattato ,ovvero gli infami esperimenti del dottor Mengele nel campo di Aushwitz sui detenuti, continuano ancora oggi e il “dibattito” sulla vicinanza politica della band a certe ideologie è ancora presente. Gli Slayer sono sempre stati dei furbastri e ottimi businessmen e negli anni hanno gestito a dovere questo “fuoco” gettando acqua con smentite quando le fiamme rischiavano di divorarli o  benzina, utilizzando elementi iconografici vicini alle Germania nazista, quando volevano far parlare di loro.

Anche il testo in fin dei conti è abbastanza distaccato nel raccontare i fatti e ,se non è possibile rintracciare nessuna approvazione delle gesta narrate non è nemmeno lampante una aspra critica.
Quali erano i sentimenti  di Mr. Hanneman durante la stesura delle lyrics è una domanda che non avrà mai risposta dato che,come ben saprete, il taciturno Jeff ci ha lasciati pochi mesi fa creando un vuoto incolmabile al quale il buon Gary Holt sta cercando di porre rimedio.                                                                             

Il raro singolo di Criminally Insane con il suo look decisamente "teutonico


Anche i Megadeth hanno scelto un brano legato alla guerra per aprire il loro Rust in peace :   “Holy Wars…the punishment due” ovvero IL brano del Megadeth, quello per il quale sono e saranno sempre amati da tutti e quello che non possono non eseguire dal vivo anche in uno show di 6 minuti !

Qua si parla dell’ infinita guerra fra israeliani e palestinesi per poi nella seconda parte sfociare in citazioni fumettistiche tratte dal Punitore.
A differenza di Angel of Death la critica  è esplicita e si innalza al di sopra delle parti sfociando in una demonizzazione generale della guerra di religione. Anche musicalmente ci troviamo di fronte ad una band matura e il brano pur non perdendo mordente è decisamente più “adulto” rispetto ai vecchi cavalli di battaglia della band come Wake up dead o Peace sells…

Degno di menzione il break acustico e arabeggiante ad opera del nuovo arrivato Marty Friedman ( il miglior compagno d’armi che Mustaine abbia mai avuto) che ci introduce alla seconda parte del pezzo. Proprio prima di lanciarsi nella sua sfuriata finale ecco che arriva il colpo di genio del brano !
Dopo aver snaturato,anzi arricchito, il Thrash con virtuosismi per quasi 5 minuti strusciare ripetutamente il plettro contro la corda della chitarra crea un effetto tanto semplice quanto azzeccato ed è la ciliegina sulla torta di un brano semplicemente perfetto.

Nemmeno un secondo per riprendere fiato e si riparte alla grande con Hangar 18 ; fin dai primi secondi del riff capiamo che si tratta di uno di quei brani che nascono bene e che sono destinati a diventare classici. Qui trame complesse e melodie si intrecciano e passa un minuto intero prima di sentire la voce di Dave.
Il testo giustifica la copertina dell’ album dato che si parla di alieni e di come il governo americano nasconda la verità all’ umanità. Non manca però l’ ennesima frecciatina verso il mondo della guerra dato che “intelligence militare sono 2 parole che messe insieme non hanno senso”. Liquidata la parte cantata con 2 misere strofe e 2 ritornelli in poche battute si prosegue con altri due minuti e mezzo di assoli riffoni e batteria incalzante…

Che dire… Se il valore di questi due pezzi fosse mantenuto per tutto l’ album probabilmente staremmo qua a parlare del disco Metal definitivo.


I megadeth nel 1990

e il loro impatto LIVE


Reign in blood non si lascia però intimidire e vomita sull’ avversario Piece by Piece e Necrophobic brani di struttura semplice e rabbiosi con Dave Lombardo protagonista assoluto e nuovo punto di riferimento nel mondo della batteria metal…
Sono passati gli anni in cui era costretto a registrare prima cassa rullante e tom e poi i piatti in un secondo momento (cosa che fece per i primi due dischi) perché tutta la batteria non entrava nella minuscola sala regia!

Ultravelocità abbiamo detto e le cose non cambiano nemmeno per il nuovo doppio colpo assestato ovvero Altar of Sacrifice/Jesus Saves brani spesso proposti in coppia anche dal vivo . 
Più convincenti dell’ accoppiata di prima Altar of Sacrifice è caratterizzato da uno dei riff più catchy del disco mentre Jesus Saves attacca un po’ in sordina con una chitarra pachidermica per poi sfociare in un up tempo con una linea vocale talmente veloce da risultare cantabile solo da Tom Araya.


Rimane la guerra il chiodo fisso di Rusti in peace  e su  “Take no prisoners”  dopo un paio di strofe spese a raccontare il D-day polemizza, come suo solito, col governo U.S.A. e con quali scarse attenzioni si prenda cura dei reduci di guerra che tornano a casa magari senza un braccio o su una sedia a rotelle. Musicalmente siamo di fronte ad un pezzo veloce e spacca ossa  sicuramente validissimo ma di livello inferiore ai primi 2 brani. Nella seguente Five Magic caratterizzata da liriche fantasy che si discostano notevolmente dai testi precedenti e dal thrash in generale la band inizia con un intro di basso, forse un po’ troppo prolisso, per poi sfociare nell’ ennesimo trionfo solistico di chitarre.


Il terzogenito degli Slayer invece non cambia di una virgola lo stile proposto e il serial killer di Criminally Insane si scaglia al collo dell’ avversario senza pietà ! E’ incredibile continuare a snocciolare brani di questo disco uno dopo l’ altro e vedere come la foga non si sia minimamente attenuata… Impossibile descrivere a parole ogni singolo pezzo senza ripetere le stesse cose. Non dobbiamo però assolutamente confondere questo suo essere monolitico con l’ essere monotono in quanto fin’ ora la qualità è massima e il valore dei brani oscilla fra l’ 8 e il 10 su 10.
“Reborn” si mantiene su ottimi livelli mentre “Epidemic” a dire il vero è un brano un po’ sottotono oscurato dalla song precedente e,soprattutto, da ciò che arriverà.

Rust in Peace replica con “Poison was the Cure” sfogo personale di Dave Mustaine in cui racconta metaforicamente la sua uscita dal tunnel della droga. Brano semplice di 3 minuti appena non annoverabile fra i colpi migliori dell’ incontro a cui però “Lucretia” cerca di sopperire : un mid tempo che,nonostante il lavoro solista superbo come al solito, poteva esser strutturato meglio.  Non poteva essere strutturata meglio invece la successiva “Tornado of Souls” !

Che botta ragazzi !
Più semplice nella struttura ma non per questo meno affascinante delle altre killer songs del disco e con un ritornello stupendo che la  rende perfetta anche per circuiti radiofonici e dj set metal. Il testo è un urlo di liberazione di Dave Mustaine galvanizzato e propositivo per un rinnovato futuro dopo aver concluso una relazione di coppia ossessiva .
Ci dirigiamo verso la fine dell’ incontro e dopo un inutile giro di basso di quasi 2 minuti e voce sussurrata che porta il nome di “Dawn patrol” arriviamo a “Rust in Peace…Polaris”  brano nato dall’ unione di due pezzi come accaduto  per “Holy wars…the punishment due”.Musicalmente un  mid tempo interessante a livello ritmico, ma meno convincente rispetto agli highlights del disco, a livello lirico è invece una sorta di monologo di un missile a testata nucleare. Una sarcastica critica alla guerra agli armamenti in linea quindi con lo stile del disco e il suo impegno sociale.


E’ giunto anche per Reign in blood il momento di giocare le ultime carte ;  è il turno di “Postmortem”,stupendo mid tempo nella sua prima parte massiccio e accattivante sfocia negli ultimi 40 secondi in una furia primitiva che vede mr. Araya cimentarsi nella sua più famosa performance  sciogli- lingua intervallata da quell’ immortale e scandito “Do you wanna die ?” che vale quanto 10 “Yeah” di James Hetfield messi insieme.

Il brano finisce ma sugli spalti vediamo gente aprire l’ ombrello …Dum dum dum….. ma non è pioggia normale ! …Dum dum dum…  sembra più viscosa… Dum dum dum… è anche rossastra… Dum dum dum… ma è sangue !  Con questo colpo di scena  Reign in blood si prepara per scagliare la quasi omonima “Raining Blood” altro pezzo incredibile da 10 e lode ! Ennesimo riff memorabile riproposto durante il pezzo a mo’ di ritornello e velocità portata ai massimi livelli con finale in cui a trionfare sono il caos, la devastazione e la disarmonia : una perfetta trasposizione in musica dell’ art work del disco. Dopo 28 minuti scarsi di musica si scatena una tempesta (di sangue ovviamente) vera e propria con scrosci di globuli rossi che inondano l’ arena. Molto suggestiva la scelta di incidere il suono della tempesta fino all’ ultimo solco del vinile ,quello  che lascia la puntina scorrere in loop senza farla finire rovinosamente sull’ etichetta centrale,  in cui in genere viene lasciato il silenzio : il rumore della pioggia non finisce mai fino a quando non si decide di fermare il piatto.


Fine dell’ incontro.

Nonostante la sua brevissima durata Reign in Blood esce vincitore grazie soprattutto alla costanza e alla sua capacità di mantenere alta la tensione fino all’ ultima traccia .

Il leader dei Megadeth non ci sta e comincia a polemizzare da bordo ring dichiarando di essere stato lui ad aver insegnato a Kerry King a suonare la chitarra. Interviene il neo-pastore David Elefson a placarlo invocando la misericordia e l’ amore di Cristo.

Inoltre la consapevolezza di aver registrato un quarto disco nettamente superiore al quarto album degli odiati Hetfield/Ulrich & co. lo rincuora non poco e vediamo spuntare sul volto di Dave quel ghigno perverso di compiacimento immortalato in migliaia di poster presenti nella stanzetta di ogni metal-head degli ultimi 25 anni che si rispetti.

Questo incontro ha probabilmente decretato il secondo e terzo posto sul podio del thrash metal. Il gradino più alto è occupato da uno sterminato cimitero sovrastato da un misterioso e sadico burattinaio… con buona pace di Mr. Mustaine

                                                                                                                                   
« Last Edit: February 17, 2014, 04:04:41 pm by Marchemetal »

 

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